Il senso dei nostri rituali

PERCHÉ SI CELEBRANO DELLE CERIMONIE, QUALE É IL SENSO DEI RIUALI ?
Teisho di Yuno Rech - Gendronnière il Mercoledi 27 agosto 2008.

CEREMONIE

Il motivo di questo teisho è una conversazione sentita stamattina dopo la gen-mai, che mi ha messo all’erta sul fatto che tra di voi ci sono alcuni un po’ irritati per gli ultimi cambiamenti fatti nei nostri rituali. Per alcuni la cosa arriva fino a introdurre dei dubbi sul senso della loro pratica e quindi partecipazione.

Questo mi è sembrato abbastanza importante da dovere affontare subito il discorso.

Ne parlerò da diversi punti di vista : da un lato, l’importanza o la necessità delle cerimonie, della recitazione se non addirittura lo studio dei sutra, dall’altro, più pratico, il motivo per cui da quattro o cinque anni, vi siano periodici cambiamenti nei rituali, qui a La Gendronnière o anche nei Sangha.

Inizierò col chiarirne la necessità, se ce ne è una, o il senso, se ce ne è uno.

Poi risponderò alle vostre domande.

 

SULLA NECESSITÀ DELLE CERIMONIE

 

Per iniziare sulla necessità delle cerimonie o della recitazione dei sutra, vorrei dire che la mia posizione è esattamente la stessa di Nyojo, riportata da Dogen nel Hokyoki, quando, interrogato da Dogen, Nyojo gli dice :  « L’essenza dello zen è la pratica di zazen, corpo e mente completamente spogli, shin jin datsu raku ».

E Nyojo aggiunge : « Non è necessario offrire dell’incenso, rendere omaggio a Shakyamuni Buddha, ai patriarchi, ecc…, o recitare il nembutsu (che era in voga al tempo di Dogen e di Nyojo : « Namu Amida Butsu » che veniva recitato come un mantra). Non è neppure necessario fare penitenza o pentirsi, non è necessario leggere i sutra o recitarli. Soltanto sedersi in zazen, con un solo spirito : shikantaza ».

Nel proseguimento del mondo, Dogen chiede : « Ma cosa significa shin jin datsu raku ? »

Allora Nyojo insiste dicendogli : « Shin jin datsu raku è zazen : quando fate zazen con un solo spirito, cioè totalmente concentrati, assorti nella pratica di zazen, voi siete liberi dai cinque desideri e eliminate i cinque ostacoli. »

Significa che siete veramente risvegliati, liberati.

Questo è il senso stesso dell’insegnamento di Buddha, dell’insegnamento trasmesso : liberarsi dalle cause della sofferenza ed essere così capaci di risvegliarsi alla realtà così com’è. E’ chiaro che questa è l’essenza dello zen trasmesso da Nyojo a Dogen, da Dogen a tutti i maestri della trasmissione fino a Kodo Sawaki, al maestro Deshimaru e a noi.

Credo che su questo non vi sia alcun dubbio. Almeno per me !

Quindi, da questo punto di vista, si può dire che zazen è l’essenza e ci si potrebbe accontentare di fare soltanto zazen : non vi è alcuna necessità di fare delle cerimonie, neppure di studiare, di cantare o di recitare i sutra.

Per continuare in questa direzione, mi rifarò a un celebre mondo tra un monaco e il maestro Gensha.

Il monaco aveva chiesto a Gensha : « I Tre Veicoli – il primo è il Veicolo degli Uditori, degli shravaka, coloro che si risvegliano attraverso lo studio delle Quattro Nobili Verità ; il secondo è quello dei pratyeka buddha, i risvegliati solitari, che generalmente si risvegliano attraverso la comprensione della vacuità, attraverso la comprensione dei Dodici Innen, delle Dodici Cause Interdipendenti ; nel terzo Veicolo è quello dei bodhisattva la cui pratica fondamentale e la fonte di risveglio è la pratica delle paramita - quindi, i Tre Veicoli, chiede il monaco, - e i Dodici Tipi di Scritture – poiché tutti gli insegnamenti del Buddha sono stati classificati, questo ha portato a una classificazione dei sutra e delle Scritture in dodici categorie, Dodici Tipi di Scritture _ allora tutto questo, non è necessario ? E che ne è del senso della venuta di Bodhidharma dall’Ovest ? »

E Gensha conferma : « I Tre Veicoli e i Dodici Tipi di Scritture non sono necessari. »

Cioè lo studio dei sutra e di tutti gli insegnamenti di Buddha non è necessario.

La seconda domanda del monaco si spiega per il fatto che, da molto tempo, c’è l’opinione, come si sa nella scuola zen e soprattutto nello zen Rinzai, che la venuta di Bodhidharma dall’India alla Cina ha introdotto un significato del Dharma più profondo dei diversi aspetti dell’insegnamento di Buddha presentato nei Tre Veicoli e nei Dodici Tipi di Scritture, che includono tutti i sutra.

Si è detto questo anche riguardo alla trasmissione speciale da Buddha a Mahakashyapa, al di fuori delle Scritture, con il celebre mondo silenzioso in cui Buddha fece semplicemente girare un fiore tra le dita e Mahakashyapa sorrise.

Nella trasmissione dello zen, questo fatto è considerato come l’origine della trasmissione chiamata i shin den shin, trasmissione diretta al di là delle parole, dei sutra, da cuore a cuore, da spirito a spirito.

E la venuta di Bodhidharma in Cina, circa un millennio dopo la trasmissione da Buddha a Mahakashyapa, era il rinnovo della trasmissione i shin den shin e confermava la superiorità di questa trasmissione al di là delle Scritture, in silenzio. Nel caso di Bodhidharma certamente, la trasmissione avvenuta attraverso la pratica silenziosa di zazen, faccia al muro, e Eka la ha ricevuta semplicemente prostrato in sanpai, come Mahakshyapa aveva semplicemente sorriso vedendo il gesto di fare girare il fiore.

 

CERIMONIE NON NECESSARIE… MA UTILI E COMPLEMENTARI

 

C’è quindi l’opinione che se si capisce il senso della trasmissione i shin den shin, tutto il resto non è più necessario. Allora ci si può anche chiedere se lo zazen è ancora necessario. E Dogen, che affronta la questione, conferma il punto di vista di Gensha dicendo che effettivamente, quando gira la ruota del Dharma, è la rotazione di ciò che non è necessario.

Ma nello stesso tempo, nella rotazione della ruota del Dharma, si trovano tutti gli insegnamenti del Buddha. E Dogen insiste sul fatto che « non necessario » non significa che non le si possa utilizzare, non significa che pertanto le si debba rifiutare. Al contrario, si può proprio dire che poiché non sono necessarie è possibile usarle liberamente. L’essenza stessa del Dharma di Buddha è di realizzare questa dimensione in cui nulla è necessario. cioè la dimensione mushotou, la dimensione in cui non si ha più bisogno d’aggiungere qualcosa alla realtà che si attualizza di istante in istante, in particolare nella pratica di zazen.

Non è perché non siano necessari che non si faranno dei rituali. Questa non necessità ci dà la libertà di fare solo zazen e nient’altro ; questo non significa che non sia utile o significativo esprimere ciò che è realizzato nella pratica di zazen, proprio attraverso le cerimonie, come pure attraverso tutti i gesti della vita quotidiana, il gyoji, e di ritrovare l’espressione di ciò che si è realizzato in zazen nei sutra e in tutti gli insegnamenti delle Dodici Scritture.

In altri termini, le cerimonie, i sutra, sono le forme espressive di ciò che è contenuto, implicato, nella pratica di zazen, nella realizzazione di zazen. Questo è Dotoku, l’espressione della Via. Realizzare è una cosa, esprimere è un’altra. E le due sono, non dirò necessarie, ma complementari.

Giustamente Dogen, nel Dotoku dello Shobogenzo, dice : « Quando la Via è realizzata, si esprime spontaneamente. »

Evidentemente essa può esprimersi non solo nelle cerimonie ma in tutti i modi di agire nella vita quotidiana. Allora, in tal caso, perché le cerimonie in quanto tali ?

Credo che le cerimonie non siano necessarie ma utili, quando c’è una comunità di praticanti la Via che si riunisce. Esse aiutano l’armonia della comunità : ci si ritrova periodicamente per cantare insieme, recitare i sutra. Attraverso la recitazione, si impara a cantare non solo con la bocca ma anche con le orecchie ; quindi ad ascoltare, ad armonizzarsi con gli altri. Inoltre, il significato di tutto quello che cantiamo è del tutto riunito alla pratica di zazen : l’Hannya Shinngyo, il Sandokai, sono completamente l’espressione dell’essenza stessa dell’esperienza di zazen. Non ritornerò su questo punto : occorrerebbero numerose sesshin e kusen, che sono già stati fatti, per spiegarlo.

In quel caso, i rituali possono essere utilizzati. Ma possono essere una causa di confusione se occupano troppo spazio, assumono troppa importanza nel gyoji ; o se praticamente vanno a sostituire lo zazen come accade a volte in certi templi giapponesi. Si riduce considerevolmente la durata dello zazen, per aver più tempo per i rituali, o allora per esempio, si fanno delle cerimonie per i laici, che fanno dei fuse per esse, e si riserva la pratica di zazen ai monaci.

Questo è un genere di devianza che può completamente falsare sia il senso delle cerimonie sia il senso di ciò che è veramente l’essenziale dello zen.

 

Allora, che ne è del senso delle cerimonie ? E in particolare del fatto che si recitano numerose cose durante una cerimonia ?

Frequentando i maestri giapponesi, facendo delle sesshin in Giappone o facendo l’ango qui, si capisce sempre meglio il senso del rituale, che si è portati periodicamente a fare dei piccoli cambiamenti per cercare di essere più giusti in ciò che si fa.

Bisogna anche dire, per capire meglio il contesto, che il maestro Deshimaru, quando è venuto in Europa nel 1967, era stato ordinato monaco solo da un anno. Aveva una lunga pratica di zazen ma come laico ; faceva delle sesshin col maestro Kodo Sawaki, ma non aveva una grande esperienza della vita nei templi. Quindi ha creato… E in più non aveva affatto l’intenzione di introdurre uno zen ritualizzato poiché pensava non fosse adeguato per la mentalità europea – penso avesse ragione, quindi ha iniziato molto semplicemente all’inizio recitando l’Hannya Shingyo, poi aggiungendo i Quattro Voti del Bodhisattva, ecc.

Alla fine, al momento della sua morte, si cantava per tre volte l’Hannya Shingyo e di seguito i Quattro Voti del Bodhisattva, l’Eko e il Ji Ho San Shi.

Un primo cambiamento è stato introdotto dopo la sua morte perché ci si diceva : dopo tutto, non si è obbligati di cantare sempre l’Hannya Shingyo tre volte ; ci sono altri sutra che si possono cantare, che sono molto significativi nella nostra tradizione. E si è aggiunto il Sandokai e alternativamente l’Hokyo Zanmai, come pure il Daiishin darani. Poi, invece di cantare un Eko relativamente abbreviato in cui si riassume il lignaggio, si è aggiunto il fatto di cantare tutto il lignaggio da Buddha Shakyamuni fino a Keizan, poi Kodo Sawaki, il maestro Deshimaru e nel mio Sangha, Niwa Rempo Zenji.

Questo è stato il primo cambiamento. Lo scopo non era di allungare le cerimonie ma di variare un po’, invece di cantare sempre la stessa cosa. E per molto tempo, nelle sesshin, si cantava oltre l’Hannya Shingyo, a volte il Sandokai, a volte l’Hokyo Zanmai, a volte il Daiishin darani. Ci si è messi a cantare anche il Kannon.gyo, sempre in alternanza. E in alternanza anche i Patriarchi.

Un altro aspetto deriva dal fatto che ciascuno di questi sutra è dedicato a degli esseri in particolare. Questa è stata l’occasione per approfondire in po’ di più il senso del rituale.

I rituali nello zen non sono fatti per ottenere dei meriti e non sono necessari. Vengono fatti veramente con uno spirito mushotoku, non ci si aspetta di ottenere qualcosa quando li sa fa, ma vi sono espresse almeno tre cose, a volte di più.

La prima cosa che si esprime, con l’Hannya Shingyo è veramente la dimensione profonda del risveglio di zazen, la saggezza. Il sutra dell’Hannya Shingyo è l’espressione della saggezza e quindi della compassione così come si manifesta quando si pratica profondamente zazen.

Nel corso della cerimonia si esprime anche un altro sentimento importante che è la gratitudine, cioè ringraziamento, riconoscenza a Buddha per averci offerto la Via della pratica che seguiamo facendo zazen.

Nei templi in Giappone dove il mattino c’è il canto di una successione di sutra, c’è un eko dopo ogni sutra, poiché ogni sutra è destinato ad esprimere la gratitudine o un altro sentimento nei confronti di certe persone.

L’Hannya Shingyo è destinata a Buddha come pure ai fondatori (della nostra scuola). Stamattina ci si poneva la questione di chi fossero i grandi, i quattro benefattori. Come si vede negli eko abbreviati, questi benefattori sono : Buddha, Bodhidharma, Dogen e Keizan. Essi sono generalmente i quattro grandi fondatori a cui si pensa, verso i quali si esprime la nostra gratitudine cantando l’Hannya Shingyo.

In seguito si esprime la nostra gratitudine verso tutta la linea dei Patriarchi, e per questo si canta ora l’Hokyo Zanmai, ora il Sandokai. Per quello che ci riguarda, di solito ci fermiamo qui. Per molti è già un po’ troppo ! Dunque non ne aggiungeremo.

 

Ma in Giappone tradizionalmente si canta un terzo sutra che è destinato ai genitori, ai familiari e agli antenati. Ancora una volta si esprime la gratitudine verso i genitori, la famiglia, gli antenati. Se i nostri avi non avessero vissuto e non ci avessero trasmesso la vita, non saremmo qui a praticare la Via. Quindi, in modo naturale dopo zazen, si ringraziano i nostri genitori di averci permesso, dandoci la vita, di praticare la Via.

E poi, c’è una quarta categoria di persone a cui si dedica eventualmente un sutra, per esempio il Daiishin darani, sono i malati, a volta sotto forma di kito, e anche i morti. In questi casi non è più la gratitudine che viene espressa verso i malati o i morti ma la compassione.

Nella cerimonia vengono quindi espressi tre grandi sentimenti o valori spirituali : l’attualizzazione della saggezza, la compassione e la gratitudine.

Ma perché le cerimonie cambiano ? Perché se ne comprende meglio il significato, è tutto qui. E non, per quello che mi riguarda, perché bisogna metterne sempre di più e allungarle. Ma penso che bisogna farle nel modo più giusto possibile e perfezionare il senso e la coerenza di ciò che facciamo col suo significato.

 

Per le persone che si turbano in seguito ai frequenti cambiamenti, o addirittura continui, vorrei almeno insistere sul fatto che fondamentalmente la Via del Buddha è la Via di mujo, l’impermanenza. La Via ci insegna a armonizzarci con l’impermanenza, a realizzare uno spirito flessibile, dolce, che non si sclerotizza, non si cristallizza su cose acquisite o che si crede di padroneggiare, su cui ci si vuole appoggiare definitivamente.

Evidentemente è fastidioso quando ci si dice : « Credevo di conoscere bene come fare la clochette ; e c’è un cambiamento e bisogna che impari di nuovo. » Capisco molto ben che tutto ciò affatichi e innervosisca anche un po’. Ma non bisogna neppure esagera in tal senso.

Bisogna però anche capire che, accettare che ci siano dei cambiamenti, fa parte della pratica del risveglio.

 

CHE FARE CONCRETAMENTE DEI NOSTRI DOJO ?

 

Ora affrontiamo delle questioni molto più concrete : voi venite a La Gendronnière e sperate, ripartendo, di avere delle basi chiare da praticare nei dojo. E’ normale : è un po’ il tempio madre qui, dove si viene a formarsi, informarsi.

Ogni godo, ogni sangha ha probabilmente il suo punto di vista ma per quello che mi riguarda, io penso che la pratica a La Gendronnière si avvicina sempre di più a una pratica da tempio. E’ quindi il luogo in cui si può fare la conoscenza e l’esperienza del modo in cui si pratica il rituale in un tempio. Ma nei dojo di città, la mattina, non si ha molto tempo per lo zazen, quindi non ci si può permettere di aggiungere un mucchio di rituali. Non è necessario.

Oltre a questo, la maggior parte delle persone che arrivano allo zen, vi arrivano perché sono già stati delusi dalla loro religione d’origine che di solito trovano troppo ritualizzata, come per esempio il cattolicesimo. Si arriva allo zen perché lo si trova spoglio, è l’essenziale, solo sedersi, solo meditare. Non si viene per passare un’enormità di tempo a fare dei rituali, anche se credo che farne un minimo è bene.

Se ritenete che sia più importante fare un lungo zazen la mattina, poi dare un colpo di campana e uscire, o fare sanpai e andarsene, è possibile. Non vi è nessun obbligo di fare un rituale.

Allo stesso modo, se create un nuovo gruppo, con molti principianti che non volete annoiare con le cerimonie : alla fine dello zazen, un colpo di campana, e basta. Questo è sufficiente, non è necessario fare di più.

Ma in una maniera più generale, per i dojo ben strutturati con un sangha dove ci sono già dei monaci e delle monache, si può cantare, per esempio come si fa a Nizza o in sesshin il fine settimana, il sutra del kesa, l’Hannya Shingyo poi in alternanza, a seconda del tempo disponibile o il Sandokai , o l’Hokyo Zanmai, o i Patriarchi, seguiti dall’eko, che deve corrispondere a quello che si è cantato, e dal Ji Ho San Shi. Se si ha fretta si può fare come al tempo del maestro Deshimaru al dojo di Parigi dove si cantava semplicemete una Hannya Shingyo, i Quattro Voti, il Shigu sei ganmon, l’eko e il Ji Ho San Shi.

 

Ancora una volta, se si ha veramente molta fretta, si può non fare nulla del tutto ! Non c’è problema. Questa è la base. Se comprendete che non c’è nessuna necessità, allora potete praticare liberamente e considerare le cerimonie come un mezzo tra gli altri di esprimere la realizzazione dello zazen, cioè la gratitudine, la compassione, la saggezza, la capacità di essere attenti e di armonizzarsi con gli altri. Tutto questo viene anche espresso nel samu, negli atti della vita quotidiana, nei pasti assunti insieme, il rispetto che si deve agli altri nella vita quotidiana, nei luoghi pubblici, nei bagni, al bar,ne le camere, ecc.

In effetti l’intero universo è un luogo dove è possibile esprimere la realizzazione della Via : essa non è limitata a un piccolo rituale che avviene nel dojo, che è uno spazio ristretto e separato dal resto del mondo.

 

Lo stesso vale per i sutra. Si è parlato dei Dodici Tipi di Scritture : tutti i sutra non si limitano assolutamente alle scritture e alle parole di Buddha. In effetti, tutti i fenomeni sono dei sutra. L’erba, gli alberi, il lago, il sole, la luna, le stelle , i fenomeni della vita quotidiana, i pasti, il lavoro : tutto questo è i sutra. Essi sono l’attualizzazione dell’ultima verità.

E se, attraverso la pratica di zazen, ci si apre all’intuizione di questa realtà, la si ritrova dappertutto.

E « dappertutto » diventa sutra e l’occasione d’esprimere il risveglio di zazen, oltre i rituali formalizzati che si svolgono in un dojo.

Ecco quello che volevo dirvi.

MONDO

Siccome questo è un tema un po’ « caldo », se avete due o tre domande, rispondo volentieri, se sono veloci…

Domanda 1 : Quello che mi disturba in effetti nelle cerimonie, è la questione della lingua.

Risposta : In effetti, spesso ci viene rimproverato di cantare in cinese, in giapponese. E’ giustificato. Ma ci sono due ragioni per cui vengono mantenuti i canti in cinese e in giapponese.

La prima, è che il nostro Sangha è internazionale. Qui, ci sono degli Inglesi, dei Tedeschi, degli Italiani, dei Fiamminghi, degli Spagnoli…, se cantassimo in francese, in ogni caso ci sarebbe della gente che non potrebbe cantare con noi, non conoscendo la lingua. Si potrebbe dire che il cinese antico è un po’ come il nostro latino, la lingua universale ma non escludo affatto che nei dojo, proviate a mettervi a recitare i sutra in francese. Il problema è di arrivare a trovare la musicalità, il ritmo. C’è della gente che ci ha lavorato sopra, non è facile ma si può fare. C’è una idea interessante che ho già applicato : invece di cantare due sutra cantarne uno solo e leggere prima la sua traduzione. Vi ricordo che sono disponibili le traduzioni di tutto quello che cantiamo.

In più, nel momento in cui si canta non si ha il tempo per riflettere, non è il tempo della riflessione ma il tempo dell’espressione. In quel momento è più importante essere in armonia con gli altri, cantare con l’hara, essere nell’espirazione, e per questo le sillabe, le monosillabe dei sutra, ‘kan/ji/zai..’ per esempio nell’Hannya Shingyo, si prestano bene a scandire e a cantare con l’hara, assai meglio della lingua francese o inglese.

Per queste ragioni si continua sempre a cantare in cinese.

D.2 : Poco fa’ hai detto che il maestro Deshimaru non voleva introdurre le cerimonie, molte cerimonie, perché aveva paura che ci fosse uno zen dualista.

R : Sì, in ogni caso a uno zen in cui ci si attacca alle cerimonie al punto di dargli sempre più importanza, se non di più che a zazen. E’ questo lo zen ritualizzato.·

- Allora adesso, perché non ci sarebbe più questa paura, paura di attaccarsi proprio alle forme ?·

- Questa paura è utile : la paura non è solo un’emozione negativa, la paura è una emozione che ci allerta sul pericolo. Quindi è bene avere paura, avere paura di sbagliarsi, avere paura di cadere in forme di perversione, questo ci mantiene lo spirito in allerta.

Traduzione Emanuela Losi

Tags: Roland Yuno Rech

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